Risarcimento del danno alla persona e danno da lutto. Quinta parte

luttoArticoli tratti dalla Tesi di Laurea della Dott.ssa Maria Veneziano. Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Anno Accademico: 2014-2015. Titolo: “Risarcimento del danno alla persona e danno da lutto. Riflessioni teoriche e metodologiche alla luce del DSM-5”. Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Daniela Pajardi.

Nell’ambito della valutazione medico-legale, il cuore della questione è rappresentato dalla possibilità di giungere ad un inquadramento diagnostico certo che permetta di riconoscere la natura della condizione di lutto, differenziare il lutto normale dal lutto patologico, stabilire la sussistenza del nesso di causa con l’evento-danno e distinguere il lutto prolungato da altri disturbi che in alcune occasioni possono presentarsi anche in comorbilità con il lutto patologico.

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La difficoltà incontrata nella valutazione è accresciuta dal tentativo di inquadrare all’interno di categorie diagnostiche rigide la vita delle persone. Il punto cruciale della valutazione è costituito dal poter stabilire quando la sofferenza sia diventata patologica. In ambito psichiatrico è da tempo accettato che il percorso del lutto possa complicarsi ma non risulta ancora agevole inquadrare la vita delle persone nelle categorie psichiatriche attuali e servirsene per commisurare un risarcimento giusto.

Focalizziamo adesso la nostra attenzione sul contributo del DSM-IV-TR e del DSM-5 nel processo valutativo e nella diagnosi del lutto, al fine di mettere in evidenza se i cambiamenti apportati tra i due manuali possano essere di aiuto o meno in sede di valutazione medico-legale.

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Nel DSM-IV-TR il lutto non viene considerato una malattia ed è relegato nelle ulteriori condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica, come a dire che si possa porre attenzione su questa realtà purchè non la si consideri patologia. In verità l’esperienza clinica ha dimostrato che dal lutto può derivare patologia in situazioni particolari che dipendono dal tipo di legame col defunto e dal tipo di personalità.

In questo caso in passato ci si è serviti di indebite forzature ed adattamenti nosografiche piuttosto che riferirsi ad una specifica categoria che definisse il lutto patologico.

A questo scopo il razionale del criterio E del Disturbo Depressivo Maggiore presente nel DSM-IV-TR, è proprio quello di tracciare il confine tra una evoluzione normale del lutto e una evoluzione patologica.

Per potere parlare di episodio depressivo alcuni sintomi specifici dovevano essere presenti per un tempo superiore ai due mesi dopo la perdita. Tali sintomi non sono tipici di un lutto fisiologico. Essi sono:

  • compromissione funzionale marcata;
  • autosvalutazione patologica;
  • ideazione suicidaria;
  • sintomi psicotici;
  • rallentamento psicomotorio.

Inoltre nella sezione “Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica” è specificato che nella esperienza di lutto, l’umore depresso può essere considerato “normale” nei limiti dei due mesi stabiliti, sebbene il soggetto possa ricercare aiuto professionale per alleviare sintomi come anoressia e insonnia. Alcuni soggetti possono presentare i sintomi caratteristici di un Episodio Depressivo Maggiore: tristezza, insonnia, scarso appetito, perdita di peso. La durata e le manifestazioni del lutto variano infatti per caratteristiche soggettive e influenze culturali.

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Se i sintomi non sono più presenti due mesi dopo la perdita, la diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore non viene generalmente posta. Il DSM aggiunge inoltre una serie di sintomi non tipici del lutto fisiologico che possono aiutare nella diagnosi. Essi non sono considerati tipici della esperienza di lutto normale e costituiscono un campanello d’allarme:

  • sentimento di colpa riguardante azioni fatte e non fatte per il defunto;
  • pensiero di morte o che sarebbe meglio morire con il defunto;
  • pensieri morbosi di inutilità;
  • rallentamento psicomotorio marcato;
  • intensa compromissione del funzionamento;
  • esperienze allucinatorie diverse dal pensare di udire la voce del defunto o vedere l’immagine della persona defunta.

Inoltre allorquando l’evento morte sia stato sperimentato in modo particolarmente traumatico per le sue modalità e per la sua intensità, è possibile che si inneschi un Disturbo Post-traumatico da Stress, con il rispetto dei cluster sintomatologici essenziali.

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C’è un riferimento all’esperienza del lutto anche nella categoria diagnostica dei Disturbi dell’Adattamento. In questa categoria si legge che il lutto rappresenta un criterio di esclusione nella diagnosi del disturbo, stiamo parlando del criterio D, “i sintomi non corrispondono al lutto”. Si legge anche che “.. la diagnosi può essere appropriata in caso di lutto quando la reazione va al di là oppure è più prolungata del previsto”.

©Riproduzione riservata A.I.P.C. Editore 2016

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By |2017-01-05T16:32:35+00:0024 Luglio 2016|In evidenza, In scadenza, Pubblicazioni|0 Comments