La paura dell’abbandono (prima parte)

La paura dell’abbandono (prima parte)

La paura dell’abbandono è molto più frequente di quanto si possa immaginare. Tale paura si manifesta con forte ansia, rabbia, senso di vuoto e tristezza e porta le persone ad aver paura che un legame affettivo importante, d’amicizia, amoroso o d’altro tipo che sia, possa interrompersi da un momento all’altro. In alcuni casi può arrivare a condizionare la vita relazionale delle persone che ne soffrono. Proprio per questo è importante lasciarsi sostenere da un aiuto psicologico, per riuscire a gestire rabbia e dolore e rendere, in tal modo, costruttivo qualcosa di distruttivo. Ci sembra doveroso, innanzi tutto, fornire un preambolo teorico rispetto al vissuto di abbandono.

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Lo Sportello di ascolto ed orientamento psicologico e legale sarà attivo tutti i giorni con orario 12.00/16.00 dal 4 agosto al 2 settembre sulla numerazione 3274660907 o via mail all’indirizzo info@socialmente.net.  Il centro specialistico è a disposizione di singoli individui (uomini e donne), coppie e famiglie con problemi nelle relazioni interpersonali. Gli esperti forniscono percorsi brevi e risolutivi (anche a distanza) per affrontare ogni tipo di complicazione relazionale. Dalla fase iniziale a quella della separazione, anche in caso di episodi di violenza e stalking.

Perché non percepiamo tutti allo stesso modo la paura dell’abbandono?

La risposta si trova nel temperamento delle singole persone e nell’ambiente relazionale in cui si sviluppa l’individuo. Il temperamento è prevalentemente innato ed in alcuni casi può portare un bambino a percepire in maniera più intensa il distacco dal proprio genitore (o caregiver), così, alcuni bambini, possono essere più irritabili di altri o semplicemente più gioiosi. Oltre al temperamento, un ruolo primario nello sviluppo della paura dell’abbandono, è giocato dall’ambiente relazionale in cui si cresce e, in paticolare, dallo stile di accudimento delle figure di riferimento. Ognuno di noi, infatti, sviluppa un proprio modello relazionale partendo da ciò che gli è stato fornito dai genitori. Un accudimento insicuro, ansioso ed altalenante porterà molto probabilmente un individuo ad avere paura di essere abbandonato dalle persone a cui è più legato affettivamente.

Uno dei più importanti autori che ha trattato il tema dell’accudimento genitoriale e del conseguente attaccamento sviluppato dal bambino, è Bowlby. Quest’ultimo ha definito l’attaccamento come la “propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia” (1969). Le risposte fornite dal caregiver porteranno il bambino a definire uno specifico “stile di attaccamento”, funzionale o meno che sia. Crescendo questo tenderà a riproporre tale stile di attaccamento in ogni relazione che intraprenderà.

Bowlby ha individuato e distinto 4 stili di attaccamento:

  • ATTACCAMENTO SICURO: una presenza disponibile della figura d’attaccamento porterà il bambino a vivere l’altro come una persona degna di fiducia, a sviluppare una relazione stabile nel tempo e a sentirsi protetto, ma allo stesso tempo libero di esplorare.
  • ATTACCAMENTO EVITANTE: un caregiver assente ed indisponibile porterà il bambino a ritenere se stesso una persona che non merita amore ed attenzione da parte dell’altro. Da adulto tenderà quindi inevitabilmente a non riuscire a legarsi affettivamente agli altri.
  • ATTACCAMENTO ANSIOSO-AMBIVALENTE: questo stile di attaccamento (che è quello che più riguarda l’argomento da noi trattato all’interno di questo articolo) si sviluppa nel caso in cui la figura d’accudimento abbia un comportamento imprevedibile ed ambivalente. Spesso si tratta di persone ipercontrollanti ed intrusive nei confronti della vita del loro bambino. Da adulto l’individuo tenderà a ricercare costantemente l’altro, avendo però al contempo paura di una reazione imprevedibile di quest’ultimo, temendone l’abbandono.
  • ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO: in questo caso il caregiver soffre a causa di eventi traumatici gravi o per colpa di una depressione ed incute spesso timore al bambino, che è spaventato dalle reazioni imprevedibili dell’adulto. Il bambino risponde quindi in maniera incoerente ai segnali dell’adulto, come se non sappia se sia meglio avvicinarsi o allontanarsi. Da grandi questi soggetti avranno difficoltà a relazionarsi con altre persone a causa di un assente modello di riferimento.

Il senso di abbandono sperimentato dal bambino quando il caregiver era assente (specialmente nel caso di un attaccamento ansioso-ambivalente) viene vissuto allo stesso modo da adulto, all’interno delle interazioni relazionali: questo può conseguentemente portare ad avere difficoltà a stabilire delle relazioni affettive.

Altri fattori importanti che possono essere causa dello sviluppo della paura dell’abbandono, si possono individuare in alcuni eventi che possono essere stati vissuti durante l’infanzia, come un lutto, un ricovero prolungato della madre, del padre o del bambino stesso, il divorzio dei genitori o un trasloco. In generale, qualsiasi situazione della vita quotidiana che venga percepita come una minaccia alla stabilità del rapporto, può riattivare la paura dell’abbandono, anche un appuntamento annullato all’ultimo minuto dal partner o una telefonata a cui non si riceve una risposta. Per queste persone è inoltre molto difficile trascorrere una giornata libera in casa da soli.

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By |2018-08-29T15:24:50+00:0029 agosto 2018|In evidenza, In scadenza, Pubblicazioni|0 Comments