cervello CroppedUniversità degli studi di Roma “Tor Vergata”, dottorato in scienze forensi, tesi di dottorato xxv° ciclo, “Le neuroscienze affettive: il profilo degli autori e delle vittime di violenza e stalking”. Relatore: Prof. Filippo Milano, Coordinatore: Chiar.mo Prof. Giovanni Arcudi, Dottorando: Dott. Massimo Lattanzi, Anno Accademico 2013-2014

Studi sperimentali in diversi ambiti disciplinari forniscono importanti dati sui processi emotivi, mentre i clinici sottolineano la centralità delle emozioni in tutte le relazioni umane, compresa la relazione terapeutica (Schore 1994).

Schore ha individuato nella teoria dell’attaccamento una teoria della regolazione dello stesso che si esplica con la taratura interattiva e diadica dell’emozione: infatti la capacità di attaccamento si origina durante le prime esperienze di regolazione affettiva e il caregiver agisce come un regolatore non solo del comportamento del bambino piccolo, ma anche della sua fisiologia non comportamentale. Schore ha sviluppato questa idea, sostenendo che questa esperienza ha un forte impatto sulla maturazione dei sistemi regolatori del cervello.

La disregolazione degli affetti è una caratteristica centrale di tutti i disturbi psichiatrici e la perdita della capacità di regolare i sentimenti è considerata come la conseguenza di traumi precoci (Pally 2000). Ci sono sempre più evidenze empiriche che le interazioni emozionali tra il bambino e il caregiver influenzano non solo lo sviluppo delle capacità cognitive e di rappresentazione, ma anche la maturazione di parti del cervello che presiedono alla consapevolezza e alla regolazione delle emozioni (Pally 2000). Quando le figure primarie di relazione non riescono a regolare una eccessivamente bassa e/o alta attivazione emotiva negativa possono esserci alterazioni permanenti nello sviluppo morfologico della corteccia orbitofrontale (Schore 1994, 1996).

Schore sembra aver individuato il sistema di controllo che regola il comportamento di attaccamento – la cui esistenza nel cervello era stata postulata da Bowlby –, localizzandolo nell’emisfero destro, ossia nell’emisfero dominante per il controllo inibitorio: infatti è questo emisfero a giocare un ruolo di primo piano nell’organizzazione dei processi e delle strategie che regolano l’affettività;

l’emisfero destro infatti processerebbe l’informazione emotiva inconsciamente.

Le Neuroscienze affettive sono considerate una sotto-disciplina delle scienze comportamentali; tale disciplina esamina le basi neurali sottostanti l’umore e le emozioni. L’obiettivo delle neuroscienze affettive è finalizzato alla comprensione dei disturbi affettivi attraverso lo studio dei circuiti cerebrali alla base di tali disturbi, può essere una fonte particolarmente efficace per fare inferenze sui processi e i meccanismi che sottendono l’emozione e la sua regolamentazione.

Lo stato dell’arte delle neuroscienze affettive ha evidenziato e documentato il ruolo del sistema mesolimbico-dopaminergico nell’elaborazione di emozioni positive e nel meccanismo del reward (rinforzo). Il sistema mesolimbico proietta a regioni come il nucleo accumbens, la corteccia prefrontale (PFC) e orbitofrontale, l’amigdala e l’ippocampo e gran parte di queste aree mostrano un incremento di attività neurale durante l’esperienza di stati euforici (Drevets et al., 2001) o in seguito all’assunzione di droghe, in soggetti dipendenti (Diana et al., 2002).

Di contro, il sistema mesolimbico mostra una diminuita attivazione cerebrale durante l’elaborazione di emozioni negative (Diana et al., 1996) e in corrispondenza di stati di astinenza, in soggetti dipendenti da sostanze (Diana et al., 2002). Infine, studi sull’asimmetria cerebrale inter-emisferica hanno mostrato che mentre la corteccia frontale sinistra è principalmente coinvolta nell’elaborazione di emozioni positive, il lobo frontale destro, invece, si attiva soprattutto durante l’esperienza di stati affettivi negativi (Davidson et al., 2002).

Il sistema mesolimbico è responsabile dell’elaborazione della valenza affettiva, la dimensione di attivazione/deattivazione associata all’emotività è regolata dall’amigdala.

Negli ultimi anni in Italia si è osservato un crescente interesse mediatico nei confronti di tematiche legate al fenomeno dello stalking e della violenza psicologica, soprattutto per quella esercitata in ambito intra-familiare. Tuttavia, un’analisi rigorosa delle dinamiche legate alle varie forme di condotte criminali non può prescindere da una sistematica revisione della letteratura scientifica: sin dai primi studi pioneristici di Gottman e colleghi (1995) infatti, la comunità scientifica internazionale è concorde nel rilevare specifiche variabili psicologiche e fisiologiche associate in varia misura a differenti forme di criminalità e di predisposizione all’atto criminale.

Il modello che meglio di ogni altro sintetizza le numerose evidenze scientifiche forensi è il modello di “classificazione bimodale della violenza” (Meloy, 2006), secondo cui si possono distinguere due principali forme di violenza: quella di tipo predatorio e quella a carattere affettivo.

La distinzione fra queste due forme di violenza è supportata dai risultati provenienti da osservazioni sperimentali di psicofisiologia, neuroanatomia, etologia, oltre che dalla biochimica e dalla psicodiagnostica. Nel modello di Melo, ciascuna forma di violenza viene rigorosamente associata a diverse caratteristiche eziologiche, comportamentali e fisiologiche. E’ però importante specificare che, come suggerito dallo stesso autore, le due classi di violenza sono da intendersi come variabili di tipo dimensionale piuttosto che categoriale. In altre parole, sarebbe scorretto credere che esistano empiricamente dei criminali di sola matrice affettiva o predatoria: sebbene questa dicotomia possa soddisfare la classificazione di gran parte dei soggetti violenti, vi sono dei casi minoritari di violenza mista (affettivo-predatoria) che impongono un’analisi di tipo quantitativo, secondo cui l’individuo violento può collocarsi in vario modo su di una ipotetica scala di valutazione ai cui estremi troviamo la violenza affettiva e la violenza predatoria. Come già anticipato, l’aggressione nel violento affettivo, ovvero nel presunto stalker, è scatenata dalla percezione di una minaccia di abbandono.

In questo senso, da un punto di vista evoluzionistico, la violenza affettiva viene a configurarsi come una reazione difensiva rispetto ad una minaccia di separazione; di contro, nel caso della violenza predatoria vi sono molteplici fattori scatenanti (sesso, danaro, sfida etc.) che denotano una reazione di tipo aggressivo, in quanto volta ad esercitare una specifica supremazia.

In base a quanto descritto fin ora, è facile intuire il motivo per il quale la violenza affettiva viene anche definita emotiva ed impulsiva, mentre quella predatoria cognitiva e pianificata. E’ altresì importante rilevare che da un punto di vista comportamentale vi sono profonde differenze sia nella durata dell’azione violenta che nei contesti di espressione. Infatti, mentre la violenza affettiva è per sua natura limitata nel tempo e rivolta a figure intime (generalmente un partner), quella predatoria è solitamente prolungata (infatti coincide spesso con tratti dominanti ed aggressivi di personalità) e generalizzata sia a figure familiari che extra-familiari (amici, colleghi di lavoro ed estranei).

La comunità scientifica internazionale è unanime nel considerare lo stalking come una forma di violenza affettiva, in base a quanto proposto dal modello bimodale della violenza (Meloy, 2006). Fatta eccezione per alcuni casi minoritari, infatti, lo stalker si presenta spesso come un individuo socialmente ben inserito, estraneo a diagnosi psicopatologiche (presenti in meno dell’8% dei casi) e con un passato che non denota una propensione alla violenza o al sopruso. Studi più recenti rilevano inoltre delle importanti caratteristiche eziologiche e fisiologiche che costituiscono dei marker nella distinzione fra gli stalker e il resto degli individui violenti, ovvero i cosiddetti violenti predatori (Mirsky and Siegel, 1994). Ad esempio, sia rispetto ai violenti predatori che al resto della popolazione, gli stalker presentano un più intenso arousal autonomico, chesi manifesta a livello periferico con maggiori livelli di frequenza cardiaca ed attività elettrodermica (Gottman et al., 1995), e a livello centrale in una più elevata attivazione amigdaloidea (Raine et al., 1998).

L’iperattivazione dell’amigdala è considerata essere la disfunzione neurofisiologica responsabile dei bias cognitivi ed emotivi che intervengono nelle interazioni violente dello stalker con la sua vittima.

Per via di un cosiddetto meccanismo di “antagonismo funzionale”, infatti, la iper-attivazione di questa struttura cerebrale impedisce che gli impulsi nervosi discendenti dalla corteccia prefrontale intervengano nella corretta ed appropriata regolazione del comportamento e delle informazioni affettive (Raine et al., 1998). Dinanzi ad una interazione emotivamente intesa, una disfunzione di questo genere farà si che lo stalker si lasci sopraffare dalla paura e dalla rabbia, cedendo inoltre ad una serie di distorsioni cognitive che in futuro ne limiteranno gravemente i normali processi di percezione e valutazione (Thayer and Lane, 2009).

E’ altresì importante rilevare che l’elemento scatenante la violenza nello stalker è la percezione di una minaccia di abbandono, secondo quanto dimostrato dalla letteratura infatti, gli individui con simili caratteristiche presentano quasi sempre uno stile di attaccamento “preoccupato” (Meloy, 1996), ovvero uno stile disfunzionale che mina le normali abilità di relazione affettiva e i cui fattori eziologici vanno ricercati nella qualità delle prime interazioni fra l’infante e le sue figure di attaccamento. Vi sono inoltre degli studi che associano gli stili di attaccamento anomali a specifiche alterazioni elettrocorticali, evidenti in un pattern funzionale asimmetrico nelle aree prefrontali della corteccia (Schore, 2001); sebbene non ancora indagate in soggetti stalker, queste alterazioni sono considerate essere alla base di una maggiore vulnerabilità al rifiuto e all’abbandono, nonché di una più elevata predisposizione ai disturbi dell’umore (Blackhart et al, 2006; Smit et al, 2007).

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